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L’accordo tra Swisscom e Vodafone per la fusione delle attività italiane di Vodafone con Fastweb, la controllata italiana del gruppo svizzero, ha aperto il vaso di Pandora delle aggregazioni nel comparto delle tlc italiane. Dopo la fusione tra Wind e 3 del 2016, quella tra Fastweb e Vodafone Italiana è la più grande operazione di concentrazione tra telco che operano sul mercato italiano dal 2016 ad oggi. Per l’acquisizione del 100% di Vodafone Italia Swisscom sborserà 8 miliardi di euro su base cash and debt free. Il closing, come comunicato dalle aziende qualche giorno fa, è previsto per il primo trimestre 2025 e, la nuova compagnia e il Gruppo Vodafone stipuleranno “alcuni accordi di servizio transitori e a lungo termine, tra cui un contratto di licenza che consente l’uso del marchio Vodafone in Italia per un massimo di 5 anni dopo il closing”. Con questa aggregazione si restringe l’affollato campo degli operatori che insistono sul mercato italiano e si apre la strada a quella concentrazione indispensabile per consentire al comparto di tornare a generare una adeguata redditività.

Lo scenario post fusione e il ruolo dei player

Accanto alla nuova società risultante dalla fusione si troveranno ora ad operare altri tre grandi player: Telecom, WindTre e Iliad e ognuna è destinata a giocare un ruolo ben preciso nel prossimo processo di consolidamento del settore delle telco. Vediamo in quale situazione e su quali spazi di manovra possono contare i tre big delle tlc italiane che non staranno di certo a guardare.

Telecom

Telecom è pronta a giocare un ruolo attivo nel consolidamento del settore delle telecomunicazioni in Italia. Lo ha affermato l’amministratore delegato del gruppo tlc, Pietro Labriola, secondo cui l’azienda è “alla ricerca di opzioni per la sua unit consumer” dove “sarebbe un acquirente, non un venditore”. Il gruppo, tuttavia, è alle prese con la cessione di NetCo che modificherà radicalmente il suo modello di business e il closing dell’operazione non è atteso prima dell’estate. È quindi improbabile che Telecom possa giocare un ruolo attivo come attore di consolidamento prima di aver finalizzato la cessione della rete. Finora i tempi sono stati rispettati. Il 14 gennaio scorso il Governo ha dato il via libera formale all’operazione sottolineando che il via libera da parte di Palazzo Chigi alla vendita della rete Tim al fondo infrastrutturale statunitense Kkr rappresenta un ulteriore e fondamentale step nell’operazione di acquisizione di NetCo “a tutela dell’interesse nazionale e a garanzia del controllo statale sugli asset strategici della rete primaria di telecomunicazione”.

L’operazione contempla “un ruolo del Governo nella definizione delle scelte strategiche” e la “supervisione allo Stato di tutti gli aspetti inerenti alla sicurezza, la difesa e la strategicità della rete e dei relativi asset”. Sulla procedura pendono tuttavia due incognite. La prima è quelle relativa alle autorizzazioni Antitrust. Un aspetto, questo, che in realtà preoccupa poco i vertici delle società, in quanto l’Autorità europea ha assunto da tempo un atteggiamento più morbido verso le operazioni di consolidamento nelle tlc. La seconda incognita, più spinosa, è quella del comportamento che avrà Vivendì, principale azionista di Telecom. Vivendì ha già depositato un ricorso al Tribunale di Milano in cui viene, infatti, contestata la modalità di approvazione della cessione, senza passare dall’assemblea degli azionisti, e la mancata attivazione della procedura prevista per le operazioni con parti correlate. Resta da vedere se l’azionista francese vorrà calcare ulteriormente la mano e articolare una strategia legale in grado di intralciare in modo più efficace la cessione.

Il progetto del Fondo Merlyn, via anche Tim Brasil e Tim Consumer

Altra incognita che agita le acque in casa Telecom è la nuova strategia annunciata dal fondo Merlyn, titolare dello 0,5% di Tim. Rispetto alle posizioni già comunicate dal Fondo la strategia tratteggia importanti novità. Il punto di partenza è che la vendita della rete non è più considerata sufficiente “per garantire un futuro sostenibile a Tim e che ogni ritardo all’attuale closing, in assenza di altre misure, sarebbe finanziariamente devastante per la società'”. Tra gli altri punti del piano spiccano l’esigenza di facilitare la fusione della rete con Open Fiber e un fitto piano di cessioni che riguardano Tim Brasile (un asset non ritenuto strategico e per questo da vendere entro il 2024) e Tim Consumer, avviando “subito i colloqui” con l’obiettivo di “chiudere nel 2025”. A valle delle dismissioni, Merlyn punta a creare TechCo, una societa’ tecnologica e infrastrutturale di fascia alta posizionata in modo univoco per fornire soluzioni digitali integrate a valore aggiunto sia per le imprese sia per la pubblica amministrazione. TechCo, “la nuova Tim post vendita di NetCo, Tim Brasil e Tim Consumer, rimarrà una società quotata in Borsa e verrà ribattezzata Telecom Italia.

WindTre

Altro player che può giocare un ruolo strategico nel risiko delle tlc italiane è WindTre. In questo caso l’interlocutore più ovvio sarebbe Iliad con la quale WindTre condivide da tempo la gestione di Zefiro, la joint venture paritetica con cui le due aziende gestiscono congiuntamente le rispettive reti di telefonia mobile nelle aree meno densamente popolate del territorio nazionale. Nel perimetro di Zefiro rientrano la proprietà e la gestione tecnica dell’infrastruttura fisica che consente la fornitura di servizi radiomobili in un’area in cui risiede circa il 26,8% della popolazione italiana. Proprio la gestione di Zefiro sarebbe una delle cause che avrebbe fatto saltare la vendita delle torri di WindTre al fondo svedese EQT, con il quale le trattative erano in fase molto avanzata. Il progetto prevedeva la cessione al fondo di private equity svedese EQT del 60% della rete fissa e mobile di WindTre.

Una operazione da 3,4 miliardi di euro in termini di enterprise value che si sarebbe dovuta finalizzare lo scorso 12 febbraio dopo uno slittamento di tre mesi. Mentre sfumava la cessione della rete, WindTre ha rafforzato la sua posizione nel settore del 5G mettendo le mani su Opnet, la società che ha in pancia l’ex rete Linkem e che è il primo operatore in Europa ad avere sviluppato una rete nazionale 5G Stand Alone e ad aver lanciato i servizi su questa tecnologia in Italia per il mercato wholesale”. Per l’acquisizione, che valorizza Opnet 485 milioni di euro, WindTre ha messo in piedi una transazione che prevede un pagamento in parte in contanti – per coprire il debito finanziario di Opnet e i costi della transazione – mentre circa 225 milioni di euro saranno potenzialmente pagati in contanti o in obbligazioni triennali emesse da CK Hucthison. Nello specifico l’operazione verrà realizzata mediante l’acquisto da parte di WindTre del 100% di una società nella quale Opnet conferirà il relativo ramo d’azienda, con esclusione di Tessellis – la ex Tiscali di cui Opnet è azionista al 59,26% – e le altre società controllate o partecipate da Opnet. Grazie all’operazione, WindTre acquisirà anche le frequenze Fwa di OpNet (60 Mhz di spettro a disposizione nella banda 3.5-3.7 GHz). Con questa dote frequenziale Wind3 potrà servire meglio i propri clienti, ma anche continuare sostanzialmente a offrire “ospitalità” agli altri operatori.

Iliad

Iliad era la promessa sposa di Vodafone. In almeno due occasioni aveva provato la strada dell’acquisizione degli asset italiani del gruppo inglese ma, in entrambi i casi, le offerte erano state rispedite al mittente. L’ultima proprio qualche settimana prima che Swisscom affondasse il colpo chiudendo la trattativa con Vodafone. Secondo uno studio di Intermonte che prende in esame le diverse possibili aggregazioni con Iliad parte in causa, una fusione tra il gruppo a guida francese e WindTre porterebbe con sé una maggiore concentrazione di quota di mercato ma una buona complementarità sullo spettro, dal momento che Wind3 non ha spettro 700Mhz a differenza di Iliad. Una aggregazione con Tim Consumer presenterebbe una maggiore “attrattività per Iliad in ragione dell’elevata esposizione di Tim al segmento fisso: scenario che aumenterebbe l’appeal speculativo sul Gruppo”.  Tuttavia, segnalano gli analisti, “Tim Consumer è oggi un asset ancora in fase di turnaround per cui non escludiamo che Iliad possa guardare ad una joint venture piuttosto che ad un’acquisizione, almeno in una fase iniziale. L’alternativa per Iliad è scendere a trattative con Vivendì per rilevare il 23,75% e studiare un’operazione di più ampia portata per il riassetto del Gruppo Tim. Quest’ultima operazione – secondo Intermonte – è tuttavia complicata perché qualsiasi riassetto post cessione di NetCo dovrà, in ogni caso, assicurare un presidio pubblico degli altri asset strategici rimasti, come Tim Entreprise (data center e Telsy) e Sparkle”.

Iliad e le aggregazioni all’estero

In ogni caso nella strategia di Iliad la soluzione dell’aggregazione gioca un ruolo importante, se non fondamentale. Non è un caso se il gruppo francese sia molto attivo sul piano delle M&A a livello europeo. A febbraio Iliad ha raggiunto un accordo con Kinnevik per rilevare una quota del 19,8% del capitale dell’operatore telefonico svedese Tele2 per 13 miliardi di corone, pari a circa 1,16 miliardi di euro. L’operazione è stata condotta attraverso il veicolo Freya Investissement che, al termine della transazione, diventerà azionista di riferimento di Tele2 che è una delle principali società di telecomunicazione nei Paesi nordici e del Baltico e ha chiuso il 2023 con ricavi per 29 miliardi di corone, pari a 2,6 miliardi di euro.

Il gruppo francese continua a crescere in Italia

In Italia Iliad può contare su una base clienti ormai ampia e consolidate e su numeri che evidenziano una costante crescita. Nel 2023 la controllata italiana ha realizzato ricavi superiori al miliardo di euro, in crescita del 14,5%, con un EbitdaaL pari a 247 milioni (+17,2%). Sul fronte utenti l’incremento è stato di 1,26 milioni (255mila utenti in più nell’ultimo trimestre nel solo mobile). Rispetto al 2022, inoltre, Iliad ha registrato un free cash flow positivo di 4 milioni di euro. La performance del gruppo in Italia si inserisce in un quadro di risultati molto positivi a livello di gruppo. Nel 2023, infatti, i ricavi consolidati sono aumentati del 10,4% a 9,24 miliardi di euro e dell’11,3% nel quarto trimestre. A livello globale Iliad vanta una platea di 48,5 milioni di utenti fra mobile (38,8 milioni) e fisso (9,7 milioni) e distribuiti fra Francia, Polonia e Italia.

Osservazioni finali

Con la fusione tra Fastweb e Vodafone si sono iniziati a sciogliere alcuni dei nodi che da tempo pesano sul mercato italiano delle tlc. In primo luogo si è avviata quella riduzione della frammentazione che molti osservatori hanno reputato eccessiva in Italia: una frammentazione che ha pregiudicato il funzionamento industrialmente sano del settore. È possibile immaginare che a seguito del futuro e necessario consolidamento, sarà possibile – per i player che ne prenderanno parte – raggiungere economie di scala maggiori. Telecom, Iliad e WindTre saranno chiamate a sviluppare strategie che consolidino il settore o su larga scala oppure con operazioni finanziariamente meno impegnative ma congruenti sotto il profilo strategico (è il caso dell’acquisizione di Opnet da parte di WindTre).